All’inizio, RAT
A Genova, sul finire dei
settanta.
Alcuni, in cammino da
storie e direzioni diverse, si trovano assieme in tappe sempre più vicine e
numerose.
La stanchezza del
proprio ruolo, i tentativi per uscirne, sono il comune, intenso e confuso,
motivo del viaggio.
Per questi profughi
inquieti, scegliere la performance come mezzo di espressione vuol dire
esporre sé stessi, anima e corpo, dopo gli anni della mediazione del gesto,
della parola, del segno.
RAT quindi non nasce
come movimento a partire da una scelta definita, ma è la tendenza a mettere
in comune l’esigenza individuale di uscire dal proprio settore specifico
(poesia, teatro, arti visive, musica) vissuto come restrittivo: invece che
costringere nell’imbuto, spandere attorno la propria energia, senza la
certezza dell’esito, della direzione, della risonanza.
L’insofferenza del
decennio precedente verso i contenuti si trasferisce contro le forme
codificate dell’espressione: il testo, l’azione, il colore, la nota non
bastano più a contenere l’energia che si vuole irradiare ed insieme ognuno
di questi ed altri mezzi è utilizzato e piegato a tale scopo.
La performance diventa
così la forma del desiderio, una macchina di pezzi strappati da altre
superate e singole e ricomposti a produrre con l’emozione immessa e
provocata, un risultato casuale, un finale aperto, un varco oltre lo spazio
e il tempo del reale.
Gettare fra gli altri il
proprio disagio con qualsiasi mezzo: un’arte inutile alla storia ma vitale
per sé stessi...